«Che alcuno non se parta della terra d’Arquata e suo contado con animo de non ritornare a detta terra»

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La Festa Bella

(Prossima edizione: Estate 2016) 

Per maggiori informazioni consultare il sito www.spelonga.it

Tra le tante ricorrenze che hanno luogo nell’Arquatano in ogni periodo dell’anno, una in particolare ha una rilevanza che trascende dal momento di festa, per quello che rappresenta per la comunità: un atto di fede e di coraggio è infatti all’origine di tale celebrazione.

Nella frazione di Spelonga, all’interno della Chiesa di Sant’Agata, è conservata la celebre bandiera turca che un’attendibile tradizione popolare vuole fosse stata conquistata da un manipolo di coraggiosi spelongani nel corso della battaglia navale di Lepanto nel 1571. Definita anche come “L’ultima crociata (la tredicesima, per esattezza), la battaglia di Lepanto, che vide le forze cristiane vincere contro gli “infedeli” turchi, fu la battaglia navale più imponente di tutti i tempi. Per dare solo l’idea del bagno di sangue che essa causò, si pensi che morirono ben 40.000 soldati, con una media, calcolata da uno storico americano, di “oltre 150 musulmani e cristiani uccisi ogni minuto”.

A quell’evento, vittorioso per la flotta messa insieme dal Papa S. Pio V, presero parte circa 150 spelongani imbarcati sulle galere pontificie. 
Presso la Biblioteca Vaticana esiste un carteggio che quantifica i reclutamenti in questo settore: per Spelonga si parla appunto di 148 soldati.

Al loro ritorno i reduci portarono un cimelio di quella memorabile vittoria: una bandiera turca strappata da una nave della flotta nemica. Questo vessillo è custodito ed esposto nella chiesa parrocchiale di S. Agata a Spelonga.
A partire da quell’evento storico, da sempre ricordato e celebrato nella tradizione locale con toni di una forte connotazione di devozione alla Madonna della Salute, l’organizzazione della manifestazione, negli ultimi decenni, ha subito una notevole caratterizzazione e crescita nei suoi contenuti storico-culturali, registrando nel contempo un vero e proprio boom nella partecipazione di pubblico e nell’interesse turistico.
Pertanto oggi oltre al dover assolvere allo storico compito di celebrazione dell’evento che si tramanda immutabile nei secoli, la Festa Bella ha assunto finalità specificatamente culturali con una serie di manifestazioni ed iniziative, volte allo studio ed all’approfondimento di aspetti storici, artistici ed antropologici legati al recupero di culture e tradizioni storiche espresse dal piccolo insediamento montano. Nella frazione Spelonga così ogni 3 anni nel mese di agosto si svolge la manifestazione “Festa Bella”. 
All’inizio dell’estate un gruppo di esperti boscaioli spelongani si reca nel Bosco del Farneto, sui Monti della Laga, per scegliere e tagliare un grosso albero della lunghezza di 25/30 m. e del peso di diverse decine di quintali, che diventerà l’albero maestro della nave. Nei primi giorni di agosto un centinaio di uomini di tutte le età lascia il paese per recarsi al Bosco del Farneto non prima, però, del raduno nella piazza del paese con un lungo suono di campane che chiama a raccolta l’intera popolazione. Dopo I vari saluti si parte per la montagna per 3 giorni. Giunti al Bosco del Farneto si organizzano le manovre per il trasporto: tutti I presenti guidati da un caposquadra si dispongono a coppie lungo i due lati del fusto; ogni coppia fissa un elemento metallico, “lu crucche”, inserito in un anello di ferro dove si infila una corda molto corta a sua volta legata ad un paletto di legno, “la stanghetta”, posto trasversalmente all’asse dell’albero. 
L’azione contemporanea delle sole braccia di tutti gli uomini sulle stanghette al grido di “oh forza” del caposquadra fa sì che il tronco giunga fino al paese. Dopo tre giorni, la domenica, nel pomeriggio e sempre con il lungo suono a distesa della campane l’albero entra trionfalmente a Spelonga in un’atmosfera gioiosa e di festa, perché ancora una volta si è portata a compimento una fase molto impegnativa e faticosa. Nei giorni successivi tutto il paese partecipa alla preparazione dell’albero impiegando principalmente rami di abete e in cima issano la copia della bandiera turca. 
Il sabato, c’è l’alzata del palo, altro momento suggestivo e impegnativo, dove gli uomini, sempre a braccia e con l’ausilio di sole funi e scale issano l’albero al centro della piazza. Successivamente tutt’intorno all’albero maestro viene allestita con legno e rami di abete la sagoma di una galea che ricorderà fino alla prima domenica di ottobre lo storico evento. In quegli stessi giorni tutto il paese viene addobbato a festa con decorazioni e realizzazioni varie impiegando sempre rami di abete.
Dall’arrivo dell’albero e per tutto il mese di agosto si susseguono varie iniziative e festeggiamenti tra cui la declamazione di poesie da parte di poeti popolari che improvvisano e recitano le loro poesie in ottava rima, la gara podistica, il palio dei rioni, oltre alle varie serate musicali e culinarie. Tutto ciò è il prodotto di un impegno di tutta la popolazione fatto di partecipazione, impegno, devozione e spirito di sacrificio.

In un articolo apparso negli anni ’60 sul giornale “Il nuovo Piceno”, lo sforzo tenace degli uomini addetti ai lavori viene descritto con vivezza:

Giovani ed adulti si avviano per gli impervi luoghi e con inauditi sacrifici cominciano a muovere il grosso tronco. I muscoli si tendono, i piedi si piantano con vigorosa tenacia; ad intervalli regolarissimi nel profondo silenzio di ogni voce risuona il grido di “A forza!” del caposquadra.

In certi punti è impossibile procedere con modi usuali. Sono pendii, sono paurosi scoscendimenti in cui è necessario aggrapparsi all’arida erba e andare avanti di palmo in palmo con i ginocchi: un momento di disattenzione potrebbe costituire qualche serio pericolo.

Dopo tre giorni di faticoso lavoro si arriva in vista delle prime case; momento di emozioni profonde. Tutti coloro che sono rimasti nel paese corrono incontro esultanti portando cibo e bevande e acclamando i valorosi così come fecero, circa 428 anni fa, gli antenati al ritorno dei superstiti da Lepanto…”