«Che alcuno non se parta della terra d’Arquata e suo contado con animo de non ritornare a detta terra»

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Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, situata appena fuori l’abitato di Borgo di Arquata del Tronto, sulla strada provinciale della Valfluvione,  vanta origini antichissime: “Ignoriamo quando, ma certamente in età assai remota – scriveva lo storico Pirri – i monaci eutiziani varcarono l’Appennino e si estesero nelle terre Picene, specialmente lungo la vallata del Tronto fino al mare”.
Notizie certe sulla sua costruzione, pertanto, non ve ne sono, ma si stima che sia stata edificata intorno all’XI sec.
In quel tempo i monaci eutiziani, dopo aver oltrepassato i valichi umbri e marchigiani, si stabilirono anche nelle terre di montagna della Valle del Tronto appartenenti al circondario ascolano.

Con atto del Giugno del 1115 l’allora vescovo di Spoleto Monsignor Enrico Gualfredi, con il consenso del giudice Rainaldo, cedette alcune chiese ed i relativi proventi ai monaci di Sant’Eutizio. Tra queste è citata la “Ecclesiam Sancti Petri in Arquata cum sui pertinentiis” cioè tutto il circondario occupato dai paesi di Borgo, Camartina, Piedilama, Trisungo e buona parte del distretto di Arquata del Tronto. Come segno di autorità il vescovo impose l’offerta, simbolica ed annuale, di due ceri da ardere per il giorno della ricorrenza della festa dell’Assunta.

A metà del XIII sec. Norcia esercitava il suo dominio su Arquata, Accumuli, Tufo e Capodacqua ed i monaci eutiziani, sentendosi minacciati dalle loro mire espansionistiche, chiesero l’intervento del Papa Innocenzo IV che, con lettera apostolica del 1253 riconfermò ad essa i beni che Enrico IV le aveva ceduto. Fu sicuramente sotto la loro “guida” fino al 1580, periodo in cui la chiesa era dotata di una buona ricchezza di aurei e scudi (entrambe vecchie monete d’oro dell’epoca) e suppellettili tra cui coltelli, piatti, tazze in argento ecc.

Nel 1853 la chiesa versava in un profondo stato di degrado e presentava pareti malridotte, buona parte del offitto caduto e finestre piccole che non permettevano alla luce di penetrare (di avere abbastanza luce all’interno). Il parroco del tempo, Don Giovanni Saladini, con una lettera indirizzata al Vescovo Zelli Jacobuzzi chiese che venissero effettuati dei lavori di restauro urgenti. Tre mesi dopo i lavori terminarono e la chiesa fu restituita ai suoi cittadini.

Di pianta rettangolare e ad una sola navata, custodisce numerosi dipinti tra cui una tavola del XVI sec. attribuita a Nicola Filotesio, più conosciuto con il nome di Cola d’Amatrice. In buono stato di conservazione anche un ciborio (elemento architettonico che sovrasta l’altare) e in sacrestia 2 angeli portacandele lignei dorati tutti del XVII sec. Sulla vela vi sono due campane in bronzo di dimensioni diverse; la più piccola è la più antica e risulta essere stata fusa a Norcia nel 1632 mentre la più grande invece è del 1700.

Con decreto del Ministro dell’Interno dell’ 11 Giugno 1986 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 21 Giugno dello stesso anno, vennero dichiarate estinte numerose chiese parrocchiali che persero personalità giuridica civile e individuate altrettante che succedettero a ciascuna di esse. Tra queste la Parrocchia del Santissimo Salvatore di Arquata subentrò a quella di San Pietro e Paolo di Borgo.