«Che alcuno non se parta della terra d’Arquata e suo contado con animo de non ritornare a detta terra»

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Il Giro del Galluccio: Dal versante di Pretare sotto gli occhi del Vettore

 

ASCOLI – ARQUATA – PRETARE – MONTEGALLO – ASCOLI >>>>>  70,1 chilometri

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(il seguente itinerario è tratto dal sito
http://www.picenobike.it/)

DISLIVELLO 2.044 metri

TOTALE CHILOMETRI SALITA 33,32

LUNGHEZZA 70,1 chilometri

TOTALE CHILOMETRI DISCESA 36,68

INDICE DIFFICOLTÀ elevato

RAPPORTI SUGGERITI 39-53/12-25

PERCORRIBILITÀ Da marzo a novembre

Settanta chilometri da rispettare. Poco più di 33 in salita fino a superare i mille metri. Poi una

picchiata veloce e un lungo tratto veloce, ma da pedalare. Ci si inoltra tra storia e mitologia fin

nel cuore del Parco dei Monti Sibillini… È il giro di quando ci si vuol sentire in forma, senza però

sfidare i mostri appenninici. Ci si limita a passargli sotto, guardandoli col massimo rispetto, anche

se le rampe che si vanno ad affrontare è bene che incutano il giusto timore. Primo punto, allora:

attenzione a non credere che tutto abbia inizio dal bivio di Trisungo, dove la salita si solleva dalla

Salaria e prende a salire verso la montagna: sarebbe il primo errore. La Salaria infatti, nel tratto

dismesso che porta a Trisungo e permette di evitare la galleria di Favalanciata, è cattiva e lo è anche

dopo, fino al bivio di Peracchia: nome certamente da ridere, se non fosse per la rampa al dieci per

cento che lo annuncia…

 

Iniziamo a raccontare questo itinerario dall’uscita occidentale di Ascoli Piceno, con la

Porta Romana alle spalle e le strette curve della via Salaria davanti al manubrio. È la via di

comunicazione più importante. Unisce il Piceno con Roma, correndo parallela al fiume Tronto, che

però ha il suo invaso così in basso da risultare per ora invisibile dalla strada. Il tempo di riempire

la borraccia alla fontana davanti al distributore dell’Agip, autentico luogo di culto per i cicloturisti

piceni, e poi si affrontano i primi sei chilometri fino a Mozzano. Strada che sale dolcemente, campi

ripidi ma coltivati, case che spuntano dal bosco. Poco da segnalare, se non l’accortezza, usciti da

Mozzano, di prendere verso sinistra in direzione di Taverna di Mezzo, per rimanere sul vecchio

tracciato della consolare ed evitare traffico, vento e gallerie.

È quando la strada entra in Acquasanta Terme, che lo scenario inizia a farsi montuoso. Sulla

sinistra, la catena dei Monti della Laga lancia i primi sguardi sulla valle, mentre a destra alture pre-

appenniniche si fanno sempre più minacciose. La vegetazione si infoltisce. Lasciato il paese, che

già nel 712 d.C. era celebre per le sue terme e veniva usato come punto di sosta per i legionari, la

strada si fa stretta e si infila in una gola di strappi insidiosi ma brevi, lungo i quali l’unica accortezza

è salvare la gamba con rapporti agili, per non pagare pegno sulle salite che si annunciano. Il

primo dentello maligno si incontra al chilometro 20. Abbiamo appena imboccato il breve tratto

contromano (che riporta sulla sede della vecchia Salaria) alla sinistra della galleria di Favalanciata.

Dopo un chilometro e mezzo di pianura, la strada volta secca sulla destra e sale decisa per trecento

metri in cui la quota passa da 476 a 512 metri. L’asfalto grosso e poco mantenuto rende la scalata

più scomoda.

Il secondo dentello è poco più avanti: giusto il tempo di reimmettersi sul tratto comune tra la Salaria

nuova e la vecchia e di riprendere fiato con una leggera discesa e la strada torna a salire verso il

già citato bivio di Peracchia. Questa volta l’impegno si protrae per un chilometro, con pendenze

del nove, dieci per cento e l’ombra che non basta per coprire l’ampia sede della strada. A Trisungo

la svolta a destra, non prima di aver scoperto i resti della via Salaria romana, testimoniati da un

miliario del 16-15 avanti Cristo, costituito da un cippo di colonna di travertino, rinvenuto nel 1831

nel letto del Tronto e ubicato a 99 miglia da Roma.

 

La strada sale subito decisa fino a scoprire la rocca di Arquata, le cui prime notizie portano la data

dell’undicesimo secolo, anche se è dal quindicesimo che il paese e il suo inconfondibile castello

furono protagonisti di efferati scontri per il controllo del Comune tra ascolani e norcini, che ne

erano entrati in possesso nel 1492. Arquata rimarrà comunque legata a Norcia fino al 1554, quando

le nomine papali dei pretori e dei castellani cancellarono definitivamente ogni autonomia locale.

Anzi, dal momento che Arquata entrò a far parte dello Stato Pontificio (sorgendo al confine dello

Stato stesso), fu cura dei papi mantenere la rocca in perfetta efficienza, tanto da farne il punto

obbligato e di pagamento del “passo”, cioè del pedaggio, da parte di tutti coloro che transitavano

sulla Salaria. All’uscita da Borgo d’Arquata, seguendo le indicazioni per Forca di Presta-Pretare,

la strada piega a destra e di qui, per 9 chilometri, conoscerà pochi punti di tregua. Dopo Piedilama

(tradotto letteralmente sta per “ai piedi della frana”) e i macigni disseminati nei prati che la

strada taglia con curve eleganti e ripide, il Vettore diventa una presenza incombente sulla fatica

di chi pedala. Superato l’abitato di Pretare (chilometro 30, a 938 metri sul mare), si ha modo di

osservare un’antica fornace in pietra. Ma Pretare in realtà è conosciuto come il “paese delle Fate”,

riprendendo l’affascinante vicenda mitologica di un valente guerriero crociato, Guerin Meschino,

e delle sue peripezie per scoprire, con l’aiuto dannato della maga Sibilla, le sue origini. Narra

la leggenda che nelle notti di festa, le sibille fossero solite scendere a Pretare per ballare con gli

uomini del paese, ma che questi, accortisi dei loro piedi di capra, le misero in fuga. E proprio il

loro correre sul fianco della montagna creò la traccia oggi nota come “il sentiero delle fate”. Dopo

Pretare il 23 è d’obbligo: la strada ha strappate di tutto rispetto fino al bivio per Forca di Presta, poi

un po’ molla, per tirare ancora in modo deciso negli ultimi 500 metri prima del passo del Galluccio,

a 1.147 metri. Un piccolo suggerimento: guardando sotto strada poco prima dell’ultima curva a

destra che immette al passo, vedrete una “trocca”, una fontana da cui sgorga quella che da molti

viene definita l’acqua più buona dei Sibillini.

La discesa inizia quasi subito ed è dolce e riposante. Il Vettore è alle spalle, mentre ora davanti (ma

in lontananza) c’è la cresta del monte Ascensione e la vista si perde quasi fino al mare.

Il bosco è silenzioso e possente, la voce della montagna ci segue per tutta la discesa fino alle porte

di Balzo di Montegallo, che prese il nome attuale sul finire del sedicesimo secolo.

Il tempo di ammirare nel centro l’interessante facciata del Palazzo Branconi e la discesa si fa

asfissiante e velocissima: in 2 chilometri si scende di 250 metri, poi il ritorno verso Ascoli è un

dolce degradare. Siamo nella vallata del torrente Fluvione e dei tanti mulini, alcuni splendidamente

ristrutturati e visitabili. Chilometro dopo chilometro la montagna si fa campagna e il bosco cede il

posto al granturco, agli alberi da frutta e alla semplice erba medica. L’ingresso in Roccafluvione è

veloce, così come è agevole spingere il 53 nei pochi chilometri che dividono il paese dall’innesto

con la via Salaria e le prime case di Mozzano.

A questo punto si devono ancora percorrere i sei chilometri che dividono il paese da Ascoli, ma

il nocciolo del percorso è stato colto con grande soddisfazione. I chilometri alla fine saranno 70,1

tutti ottimamente divisi: la prima metà in salita e il resto in discesa. L’arrivo ad Ascoli è senza quasi

pedalare, l’ombra del viale Treviri è ristoratrice. In meno di un minuto abbiamo riguadagnato il

punto di partenza.